Arturo vermi

Nasce a Bergamo, autodidatta, si avvicina alla pittura con opere ispirate all’espressionismo tedesco. Lavora alla Pirelli, spesso viene al Parco di Monza a dipingere. È del 1956 la prima sua personale al Centro Culturale Pirelli. Usa colori cupi, intrisi di simbolismo e con le LAVAGNE e le LAPIDI si lascia influenzare dal clima informale dominante. Nel ’59 va a Parigi per un biennio. Tornato a Milano, fa parte del Gruppo del CENOBIO, che espone nel maggio del 1963, nella galleria milanese l’Indice in via San Carpoforo. La poetica del Gruppo si fondava sulla presa di coscienza che alla pittura, destinata al tramonto, restava una via, sottile e disperata, fatta di segni e non più da immagini. La mostra, anche se portata successivamente in una galleria fiorentina, non riscuote grande attenzione, ma la filosofia ispiratrice guida l’artista per tutta la vita nella massima riduzione del linguaggio. Io lo incontro in parecchie occasioni: visito le sue personali in Brianza, a Milano, Como, a Monza, nel 1976, alla Galleria Montrasio. Nel 2010 rivedo una sua personale presso Leo Galleries. Vermi è un’autodidatta, che è redattore di riviste d’arte, un firmatario di manifesti culturali, artista bravo anche a parlare ed a scrivere. A me è sempre sembrato un personaggio un poco enigmatico e forse visionario. Abita per qualche tempo al quartiere delle Botteghe di Sesto San Giovanni insieme, per esempio, con Bonalumi, Castellani, Carnà, Tinè ed altri. Visita spesso fontana e produce lavori che si fondano sul concetto di spazio, con i due numeri di AZZURRO e il MANIIFESTO del DISIMPEGNO sintetizza il suo programma di vita e di arte, dichiarando di voler “liberarsi dagli impegni con il padre, la madre, i figli, la Patria, il dogma, gli ideali, la parola data, ecc., ecc., e realizzare soltanto ciò che ci fa felici”. Il periodo della felicità lo vede risiedere in provincia di Lecco, prima a Verderio, poi a Paderno d’Adda, dove muore.