Ugo Galletti

(1898 –  1969).Nato a Mantova il  3.3.1898  passò l’infanzia e la giovinezza a Monza, dove la sua famiglia si trasferì intorno al 1900, e che considerò sua città d’adozione. Dopo il 1936 si spostò a Milano, nel quartiere di Brera, dove lavorò e visse fino alla morte. Compi gli studi di pittura principalmente a Milano e a Roma. In quest’ultima città dimorò stabilmente dal  1918 al  1921 lasciando alcuni affreschi conservati nel museo di Castel S. Angelo. La sua attività fu particolarmente ricca e polivalente: pittore, scultore, critico d’arte, oltre che scrittore fecondo nel campo della pubblicistica dove scrisse opere importanti nel campo dell’arte. Da giovanissimo inizi la scultura dove venne subito apprezzato e nel 1929, vinse il concorso indetto in Egitto con la esecuzione di un busto in bronzo per Zaglovc Paschà, opera tuttora conservata nel museo del Cairo. Alternò l’attività pittorica con quella didattica dove insegnò per un ventennio in istituti d’arte. Essenzialmente, formatosi nei primi passi alla scuola dello scultore Baioni e del pittore Anselmo Bucci, rimase inizialmente scultore anche nelle prime opere pittoriche prediligendo le pienezze dei volumi sia nelle figure, che nei paesaggi e nelle nature morte. Successivamente operò la scelta che pittoricamente lo caratterizzerà tutta la vita, ovvero quella dell’avvicinamento a quella parte di Novecentismo del maestro Bucci, dove il colore e la sensualità prevalgono secondo gli stili di Tosi e De Pisis, richiamando alcune caratteristiche dell’impressionismo francese. Da questo gusto, via via segue sempre più un sensibile orientamento verso la tradizione lombarda evolvendosi verso una vivace immediatezza d’impasto. Pittore di notevole umanità nelle creazioni legate alla cultura lombarda, sviluppa la tradizione dei Bianchi, dei Borsa, dei Mariani e degli Spreafico verso tempi più attuali. Fu segnalato da critici illustri; Vergani, Radice, Pica, De Volpi, Trasanna, Canevari, Bertarelli, Martellini, Carrieri, Repaci, Camesasca, Ruggelli e De Grada. “Le colline di Galetti – scrive il Carrieri – si illuminano di grigi e di celesti, case che assorbono vapori mattinali crepuscolari e un poco si sciolgono nella calura meridiana, mentre altre restano immobili, fortemente contornate tra alberi e campi sotto un cielo che non conosce languori”. Partecipò a moltissime mostre vincendo parecchi premi e ottenendo illustri consensi. Fu premiato a Monza, Milano, Bellaggio, Desio, al Cairo in Egitto, a Tirana in Albania, a Vienna etc… Ha dipinto pale d’Altare per il capitolo di Casamari a Frosinone per la chiesa dei S.S. Apostoli di Busto Arsizio; per la Casa Madre della santa Cabrini, per la Casa Madre Santa Capitanio ed ha illustrato diverse vite di Santi. Fra l’altro nel 1927 passò un anno in Abruzzo presso il convento di Padre Stanislao dello Spirito Santo per illustrare la vita d S. Gabriele. Disegnò più di 100 tavole che utilizzò poi per illustrare il libro su S. Gabriele dell’Addolorata. Feconda l’attività pubblicistica, con racconti, opuscoli, presentazioni di artisti etc.. oltre all’organizzazione di mostre e premi in varie città e la partecipazione quale membro di importanti giurie. Sempre in campo letterario concretò le sue opere con la stesura dei volumi: “Gemito”, saggio sull’illustre scultore napoletano;  “Il Piccio”, importante opera su Carnovali, l’artista di Luino rivalutato negli anni ’50; “Il Disegno Italiano”. Oltre alla monumentale opera, insieme a Camesasca, “Enciclopedia della Pittura Italiana” in tre tomi di circa tremila pagine. Sempre nel periodo che va dal ’44 al ’64 produsse  “Pittori e Valori”, “Pittori e Valori dell’800” e “Pittori e Valori contemporanei”. Per 34 anni ebbe l’incarico quale consulente e perito d’arte presso il Tribunale di Milano e per quasi 20 anni fu presidente del Collegio Lombardo dei Periti e Consulenti per la categoria “Belle Arti”. Non ancora ventenne partecipò, quale volontario, al primo conflitto mondiale, passando tutta la vita militare in prima linea, meritandosi una Croce di Guerra e il conferimento del Cavalierato di Vittorio Veneto che ricevette pochi anni prima di morire. Nel periodo insieme all’architetto Maggioni e all’architetto Berzolla, insegnante dell’Accademia di Parma, ebbe modo di sfruttare le sue conoscenze artistiche disegnando le planimetrie per il Comando di Divisione del Genio. Fu inviato alla fine del conflitto a Roma come disegnatore al Museo del Genio di Castel Sant’Angelo dove lasciò numerosi plastici di guerra, disegni e dipinti oltre ad affreschi. Ottenne riconoscimenti internazionali con vari titoli onorifici quali Commendatore dell’Ordine Militare del S.S. Salvatore e di S. Brigida di Svezia, Accademico dell’Accademia Tiberina di Roma, Accademico dell’Accademia Latinitati Excolendae ed altri. È stato membro per l’Italia del “centro Studi” della confèdèration International des Associations d’Experts et de Conseils e membro dell’International institute of Arts and Letters di Ginevra. Il ministero della Pubblica Istruzione Italiana lo ha nominato Cavaliere della Repubblica con un elogio per meriti didattici.

Il pensiero di Pier Franco Bertazzini. Ugo Galetti trascorse l’infanzia e la giovinezza a Monza. E a Monza, frequentando il Cenobio, “ragazzino e ospite curioso”, comincia come scultore sotto la guida di Eugenio  Baioni, poi si lascia convincere a fare pittura a fare pittura da Anselmo Bucci. Con gli anni la sua cultura diventa profonda e raffinata; ne segue un?attività multiforme. Fu disegnatore, scultore, pittore, incisore, critico, operatore, consulente e perito d’arte, collaboratore di giornali e riviste. Ho particolari ragioni per ricordare di Galetti la mostra del ’54 all’arengario (a Monza Galetti si fece vedere in più occasioni). Fu infatti in quella circostanza che ebbi la fortuna di approfondire la conoscenza conversando a lungo e più volte con lui e con la gentile signora Ebe che lo accompagnava. Era ormai un’artista maturo d’anni e d’esperienza. Era stimato per gli splendidi volumi, editi di Garzanti, dell’Enciclopedia della pittura italiana, opera monumentale in tre volumi, nella quale Galetti, con la collaborazione di E. Camesasca, schedava, spaziando storicamente dal 900 d.C. Al 1950, tutti i pittori italiani, maggiori e minori, corredati da riproduzioni e da ogni opportuna indicazione bibliografica e critica. Altre opere, che attestano la sua attività storica-critica, meriterebbero la citazione. Solo aggiungo che fu anche poeta, in lingua e in dialetto. Per la poetica di Galetti, ricordo le sue dichiarazioni: “L’arte è semplicità, è verità, contemplazione , scavo interiore, meditazione, confessione, ma anche l’arte deve scaturire “du fond du coeur”, proprio come il grande Manzoni esigeva per la poesia. In questa costante linea ispirativa le scelte cromatiche evolvono in un naturalismo “lombardo”, venato di echi romantici, conseguente ad una dichiarata scelta figurativa. Restano di Galetti autoritratti intelligentemente osservati e figure costruite con compostezza, pittoricamente evidenti. C’è rispetto dell’anatomia, cura dei tratti fisionomici, esiti di buona espressività. Composizioni floreali e nature morte, fulgide composizioni che, pur impiantate con approccio prospettico tradizionale, riescono assai interessanti; appaiono personali, vive e palpitanti, raffinate nei toni, eseguite con realismo. Occorre almeno ricordare i disegni, a china o ad inchiostro e le acqueforti. Mi danno emozione i paesaggi . Debbo citare il “ciclo di Olgiasca”, tanti anni or sono, a proposito dei quadri ispirati al pittore dai suoi periodi di villeggiatura, scrivevo: Chi, come me, conosce bene i colori estivi di Olgiasca, Piona, Corenno, sull’alto Lario, prima di Colico, con le loro case baciate dal sole, circondate di verde e affacciate sulle acque; chi ha presente i chiaroscuri e i giochi d’ombra che segnano i meandri della straducola acciottolata che scende nella selva verso l’abbazia; chi ricorda il fulgore dei verdi e del carminio, scintillanti negli affreschi medioevali dell’absidiola nelle ore prossime al tramonto; chi ha spaziato sulle rive sinuose del lago che trova accordi di verde e viola con l’indaco, colore suo primario; chi s’è abituato, da quelle parti, a discernere il verde, tenero, dei prati, da quello pallido, dei nocciuoli, per esempio, o degli ulivi e il verde, cupo, delle macchie di castagni da quello scurito, dei cipressi, tali delicate intonazioni, tali sfumature, varietà e degradi cromatici, tale morbida violenza di rapporti tonali, tali lunghi chiarori sospesi sul cielo come luce in arrivo o che tarda ad andarsene , ritrova nelle tele del pittore. Oggi, non so dire di più né meglio.